Jan Melka, artista franco-americana la cui pratica esplora il corpo come campo di tensione, si racconta in concomitanza con l’inaugurazione di Vicenza Oro. Peruffo ospita nel suo stand due opere realizzate dall’artista per l’occasione.
In che modo senti di poterti esprimere pienamente?
Mi esprimo tra le righe. Non sono mai più me stessa di quando rispondo in modo indiretto. Anche nella pittura, lo spazio in cui mi sento più a mio agio è quello in cui vengo percepita piuttosto che definita con chiarezza: intuita, immaginata, interrogata, ma mai ridotta a un’unica verità. Gli esseri umani sono troppo complessi per essere compresi fino in fondo.
Sono in costante trasformazione e faccio fatica a comprendermi pienamente; per questo rifiuto l’idea che qualcun altro possa leggermi o definirmi del tutto. Desidero essere sentita e rispettata, ma non rinchiusa in una categoria o etichettata. Creare arte è il luogo in cui mi sento davvero a casa, perché in quello spazio tutto resta possibile.
Se dovessi scegliere un simbolo per rappresentarti, quale sarebbe?
Una roccia. Nel mio lavoro sono attratta da materiali che richiedono tensione nelle mani e una consapevolezza costante del loro peso e della loro densità, spesso più dell’immagine stessa. De-costruisco il corpo nello stesso modo in cui de-costruisco i materiali, cercando di far fare loro ciò per cui non sono pensati. Voglio spingere i confini della forma e mettere in discussione ciò che viene considerato stabile o compiuto, dando rilievo a ciò che appare come imperfezione, vulnerabilità e dolore.
Sovvertire le regole, potendo farlo, quale regola vorresti scardinare?
La legge del tempo. Vorrei poterlo fermare o accelerare a mio piacimento, per concedermi lo spazio necessario a elaborare le emozioni e osservare il tempo che passa senza essere costantemente costretta all’azione. Tutto sembra muoversi troppo velocemente: le risposte sono attese immediatamente, come se la lentezza fosse sinonimo di incomprensione o di esclusione. Spesso mi sento fuori sincrono rispetto agli altri, ma credo che questo ritmo differente sia anche la mia forza.
Cos’è per te la materia?
La materia è il mio punto di partenza. È il luogo in cui nasce la struttura e in cui prendono forma le immagini. Lavoro con materiali instabili — oli che scorrono troppo velocemente, superfici che sbiadiscono o si trasformano — per creare una tensione tra controllo e perdita.
Esiste sempre una lotta tra la forma che immagino e ciò che la materia consente. Cerco di catturare il movimento del corpo lasciando allo stesso tempo che la pittura agisca autonomamente. Uso spesso grandi quantità di olio per ottenere superfici luminose e fluide, e mescolo olio e acrilico per introdurre attrito e risultati inaspettati. Mi piace disegnare con la pittura e dipingere con il carboncino, confondendo i confini tra i materiali e i loro ruoli convenzionali.
Il tuo lavoro interroga percezione, norme e trasformazione dei corpi e delle immagini. In che modo questo avviene?
Mi concentro sul corpo umano perché è al tempo stesso profondamente familiare e intensamente reale, offrendo uno spazio in cui la figurazione può slittare verso l’astrazione. Vedo il corpo come un territorio o una mappa, più che come una figura fissa.
Sono interessata alla tensione tra presenza e scomparsa, costruzione ed erosione. Non pianifico le immagini in anticipo: il soggetto emerge gradualmente attraverso il processo. Il caso ha un ruolo centrale, permettendo alla materia e al gesto di guidare il lavoro. Non cerco un’accuratezza anatomica; voglio che il corpo venga percepito nel movimento, instabile, quasi fantasmatico. Le tracce lasciate dalla pittura e dalla materia sono ciò che mi permette di collocarmi all’interno di questo paesaggio anatomico.
Light Paintings sono state realizzate per l’allestimento di Peruffo a Vicenza Oro. Puoi raccontarci qualcosa in più?
La luce introduce nel mio lavoro un ulteriore livello di movimento. All’improvviso le figure si animano e arrivano persino a sorprendermi. Questo senso di sorpresa è fondamentale per me: non voglio controllare tutto. Mi interessa quando qualcosa di esterno entra nell’opera e la trasforma. Creo lavori che riflettono su di me, che mi interrogano a loro volta. È uno dei motivi per cui ho scelto questo medium: tutto esiste già dentro di me, ma faccio fatica a portarlo in superficie, e ho bisogno che l’opera mi riveli ciò che stavo cercando di esprimere. In questo senso, la luce interviene come forza esterna: un’onda luminosa che porta la propria interpretazione, partecipa al processo e contribuisce a completare l’opera.
Cosa ne pensi delle collaborazioni? C’è qualcuno con cui vorresti collaborare?
Amo collaborare. Non vedo una differenza netta tra il lavorare da sola in studio e il lavorare con altri. In ogni progetto ho bisogno di restare fedele alla mia intuizione; altrimenti non funziona e nessuno ne trae beneficio. La collaborazione è per me un modo per entrare in dialogo, connettermi al mondo contemporaneo e uscire dalla mia “caverna” di studio. Sono particolarmente attratta da contesti regolati da vincoli, tensioni e intenzioni multiple, perché queste limitazioni sono estremamente stimolanti. Mi piace trovare il modo di muovermi al loro interno. Anche in studio impongo limiti di tempo e di materiali, quindi il confronto è sempre presente. La collaborazione non fa che estendere questa dinamica.
Un progetto a breve termine e uno a lungo termine che vorresti realizzare.
Sono appena rientrata dal Brasile, dove ho trascorso due mesi dipingendo ed esponendo a São Paulo. Sto ancora elaborando quell’esperienza mentre preparo ciò che verrà dopo — e sento già il desiderio di ripartire.
Nel breve termine, voglio continuare a sviluppare il mio lavoro in nuovi contesti, luoghi in cui tutto deve essere reinventato e riappropriato. Creare in ambienti sconosciuti stimola profondamente la mia pratica. Nel lungo periodo, mi piacerebbe investire più tempo negli Stati Uniti. Sono americana da parte di madre, ed esporre lì mi sembra il naturale capitolo successivo del mio percorso.
Mostre selezionate: Instituto Alto (São Paulo); Michael Bargo Gallery (New York); The Lobby Tokyo (Tokyo); Galerie Romero Paprocki (Parigi); Poush Manifesto (Aubervilliers); Espace 35–37 (Parigi); Villa Cléa (Milano); Galerie Sans Titre (Parigi); Piazza del Centre Pompidou (Parigi); GSL Gallery (Pantin); Caleta (Città del Messico); Galleria Continua – Les Moulins (Boissy).
Jan Melka @janmelk







