Una riflessione su arte, tempo e immagini in movimento con Pierre Zandrowicz. L’artista francese residente a Brooklyn è stato scelto dalla Creative Director di Peruffo, Marta Martino, per il nuovo film digitale del brand. Un cortometraggio intitolato The Awakening accompagna il pubblico in una dimensione meditativa e onirica, arricchita dalle opere iconiche di Peruffo.

Come pensi di poterti esprimere appieno?
Credo di esprimermi pienamente nel confine tra memoria e finzione. Attraverso il cinema, la realtà virtuale e ora i film generati dall’intelligenza artificiale, esploro narrazioni che spesso nascono da una crepa nella realtà, da qualcosa di inaspettato. Non mi interessa mostrare le cose così come sono. Cerco una verità più profonda, nascosta nelle nostre inquietudini, nei rituali e nel modo in cui ricostruiamo il passato.

Se dovessi scegliere un simbolo per rappresentarti, quale sarebbe?
Probabilmente uno schermo. Ma non uno moderno: un vecchio monitor CRT, che brilla fiocamente nel buio, vibrando appena. Simboleggia la memoria, la distorsione e la proiezione del nostro mondo interiore. È anche il luogo in cui i sogni vengono trasmessi, registrati e talvolta cancellati.

Se potessi sovvertire le regole, quale legge cambieresti?
La legge del tempo lineare. Mi piacerebbe smantellare l’idea che le storie, o persino la vita, debbano seguire una progressione lineare. Preferirei che tutto accadesse simultaneamente: ricordi, futuri, errori, desideri. Un ciclo, forse. O una spirale. È così che, in fondo, viviamo davvero.

Cos’è per te la materia?
La materia è una traccia. Che si tratti di un gioiello, di un film o anche di un’immagine generata artificialmente, è ciò che resta dopo una sensazione. Sono molto attratto dalla fisicità: texture, peso, imperfezioni. Anche quando utilizzo strumenti digitali, cerco di mantenere viva quella dimensione tattile. La materia è un ricordo che persiste.

Puoi raccontarci com’è nata la collaborazione con Peruffo e qual è la genesi del progetto?
La collaborazione con Peruffo è nata da una fascinazione per la contraddizione: come qualcosa di così piccolo e accurato come un gioiello possa evocare concetti vasti e cosmici. Mi ha colpito la loro ossessione per la gravità, e abbiamo iniziato a confrontarci su come rappresentare visivamente questo concetto. Il video è diventato un’esperienza poetica sulla levitazione, la sospensione del tempo e l’assenza di peso. Non è uno spot, ma piuttosto una meditazione sul metallo.

Tempo, realtà, sentimenti: cosa rappresentano per te e nella tua poetica?
Per me non sono concetti distinti, ma intrecciati. Il tempo deforma la memoria, la memoria altera la realtà, e i sentimenti sono il filtro attraverso cui viviamo entrambi. Nel mio lavoro, cerco di catturare proprio quella sfocatura: il momento in cui un ricordo appare più reale di ciò che abbiamo davanti, o quando un’emozione crea una propria linea temporale.
La realtà, per me, non è qualcosa di fisso. Cambia in base a chi osserva, ricorda o sogna. Amo quando una storia ti fa dubitare se ciò che vedi sia esterno o interiore, accaduto o solo immaginato.
Il tempo, nei miei film, è elastico. Spesso lo dilato, lo ripeto, lo frammento, perché credo che la nostra percezione del tempo non sia mai lineare. È modellata dal desiderio, dal dolore, dall’ossessione.
E i sentimenti? Sono tutto. Sono l’architettura delle mie storie. A volte silenziosi, a volte travolgenti. Ma sempre ciò che resta, anche quando memoria e realtà svaniscono.

Quale tecnologia hai utilizzato per il video, e perché?
Ho impiegato un mix di riprese dal vivo e sequenze generate con l’intelligenza artificiale, in particolare strumenti come Sora e modelli di image-to-video diffusion. Le riprese dal vivo erano molto controllate, con un modello isolato in ambienti bianchi, quasi clinici. L’IA, invece, mi ha permesso di espandere quei momenti in qualcosa di onirico, come un ricordo in trasformazione. Cercavo una tecnologia che non si limitasse a illustrare, ma che potesse distorcere e allucinare.

Ci parli del tuo progetto di maggior successo e del tuo approccio al design?
Il successo è un concetto difficile da definire. Dal punto di vista creativo, I, Philip ha rappresentato una svolta: mi ha permesso di coniugare narrazione immersiva e interrogativi filosofici. Il mio stile? Credo sia cinematografico, malinconico e surreale. Amo quando un’immagine sembra un ricordo di cui non sei certo sia tuo.

Cosa pensi delle collaborazioni? C’è qualcuno con cui vorresti lavorare?
Le collaborazioni sono come dialoghi con il tempo. Quando funzionano, rivelano aspetti del tuo lavoro che ignoravi. Amo collaborare con musicisti, sound artist e poeti. Mi sarebbe piaciuto lavorare con Ryuichi Sakamoto, se fosse ancora tra noi. Oggi, forse con qualcuno come James Blake o persino Laurie Anderson.

Un artista contemporaneo e un designer che ritieni importanti, e perché.
Come artista, sono molto influenzato da Philippe Parreno. Il suo lavoro danza con la memoria, l’architettura e la temporalità in modi che mi toccano profondamente. In ambito design, ammiro la purezza e l’intelligenza emotiva dell’architettura di Peter Zumthor. Entrambi creano spazi – fisici o mentali – che respirano e si trasformano.

Un progetto a breve termine e uno a lungo termine che ti piacerebbe realizzare.
Attualmente sto lavorando a una serie TV di fantascienza che girerò questo inverno. Tocca i temi della memoria, della percezione e di come la tecnologia influenzi la nostra vita emotiva. È un’opera veloce, contemporanea, profondamente centrata sui personaggi, con una forte identità visiva: come frammenti di sogni che cercano di dare senso al presente.
A lungo termine, sto sviluppando un lungometraggio intitolato Waves. È una storia più intima ed esistenziale, incentrata sulla fragilità di ciò che chiamiamo “realtà”. Il film si interroga su quanto il nostro mondo sia realmente condiviso o se ciascuno viva in una propria versione. È un’opera sulle forze invisibili, il rumore emotivo e la bellezza del dubbio. È cresciuta in me per anni, e la considero il culmine di molti temi che ho esplorato: la paranoia, l’instabilità dell’identità, e quella sottile inquietudine che qualcosa non sia come dovrebbe.

Pierre Zandrowicz, nato e cresciuto a Parigi, ha iniziato la sua carriera nei contenuti digitali presso l’agenzia pubblicitaria Première Heure. Come regista e filmmaker, la sua passione per la narrazione visiva gli ha valso premi e riconoscimenti in importanti festival, tra cui SXSW, Sundance e Tribeca.
Pioniere della realtà virtuale narrativa, ha firmato il primo cortometraggio di finzione in VR trasmesso in Europa.
Riconosciuto per le sue tecniche innovative e per un forte stile visivo, Pierre crea opere immersive ed emotivamente coinvolgenti. Nel 2023 ha debuttato con la sua fotografia alla mostra collettiva Les Rencontres d’Arles, in Francia.
Ora residente a Brooklyn, continua a esplorare film, video sperimentali e fotografia, integrando strumenti di intelligenza artificiale nel proprio processo creativo. Il suo ultimo film, In Search of Time, co-diretto con Matt Tierney, è stato presentato in anteprima al Tribeca Film Festival.

@cinem.ai
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