IN CONVERSAZIONE CON FRANZISKA AIGNER | Peruffo Jewels
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— IN CONVERSAZIONE CON FRANZISKA AIGNER

Franziska Aigner in Anne Imhof, Angst, 2016 | Nationalgalerie im Hamburger Bahnhof – Museum für Gegenwart – Berlin | Ph: Nadine Fraczkowski

Una lunga conversazione con la coreografa e performance artist Franziska Aigner, protagonista della campagna SLIDE Collection, scattata dalla fotografa tedesca Nadine Fraczkowski.

 

In che modo senti di esprimere te stessa più pienamente?

Non so se ci sia mai stato un unico modo che abbia catturato tutti gli aspetti della mia esistenza pienamente. Se così fosse, se fosse possibile lasciare che l’interiorità traspaia all’esterno completamente, lasciare che l’interno sanguini nel mondo totalmente, che il divario tra interno ed esterno sia colmato, penso che in quel caso il desiderio di esprimersi si spegnerebbe, la vita simbolica si fermerebbe, così come la vita estetica.

Ho sempre avuto una forte vita estetica, da quando mi ricordo. E credo sia così forte proprio a causa della differenza tra la mia interiorità ed esteriorità, a causa di qualcosa che non ho mai espresso pienamente, cantato, scotto o recitato. Ho fatto musica da quando mi ricordo. Ho studiato da violoncellista classica per la maggior parte della mia infanzia e da adolescente ho suonato il pianoforte, e ho cantato per la maggior parte della mia vita. Ho scoperto il mio profondo amore per il teatro nel corso di un’esecuzione di 21 ore del Faust di Goethe, messo in scena da Peter Stein, in cui il compianto Bruno Ganz interpretava Faust. Avevo 14 anni. Mia mamma ha accompagnata a Vienna a vederlo ed è ancora uno dei fine settimana più memorabili della mia vita. Quando sono tornata a casa ogni volta che mi addormentavo sognavo me stessa nel Faust ogni notte, così ho deciso che volevo lavorare a teatro. Ho iniziato ad allenarmi come ballerina e coreografa da allora, quella è la forma d’arte che alla fine ho studiato dopo il liceo al P.A.R.T.S., una scuola di danza contemporanea e coreografia diretta da Anne Teresa De Keersmaeker a Bruxelles, in Belgio.

 

Qual è la cosa più importante che hai imparato nel periodo dell’Accademia?

Penso di essere stata piuttosto impaziente. Solo di recente ho appreso che le cose hanno il loro tempo, le idee hanno il loro tempo e uno fa bene a rispettare quel tempo, se si vuole che diventino parte di quello si fa. Ci vuole molto tempo per capire una qualsiasi cosa. Spesso, le cose devono riposare per un po’ e lasciare indietro la loro prima impressione per potersi sviluppare in qualcosa che vale la pena di condividere con gli altri. Questo vale sia per i pensieri che per i processi estetici. Tante volte non riesci a ottenere granché approcciando le cose in maniera diretta, in spinta. È solo di recente che ho capito che potrebbe essere meglio adottare un approccio obliquo, ed essere paziente. Capirete quando le cose sono pronte.

 

Sovvertire le regole, potendolo fare, quale regola scardineresti?

Non penso che il nostro problema, ovvero il problema dei nostri tempi, sia soffocare le regole che hanno bisogno di essere trasgredite o sovvertite. Guardando il mondo che ci circonda, capisco che viviamo in un tempo in cui vi è una costante trasgressione di regole e leggi, che sono anche diversamente vincolanti per persone diverse, e questo porta a un declino del nostro impegno e a un crescente disinteresse verso quelle regole che organizzano il nostro mondo. Quindi, da un punto di vista estetico, non penso che in questo momento lavorare sulla trasgressione sia una risposta interessante o adeguata. E non credo neppure che – in assenza di regole – sia una risposta estetica interessante alle regole autoimposte. Se solo fosse così facile.

 

“E non credo neppure che – in assenza di regole – sia una risposta estetica interessante alle regole autoimposte. Se solo fosse così facile.” Puoi spiegarmi meglio questo tuo interessante punto di vista?

Il 20° secolo è stato testimone di una serie di strategie artistiche, che sono state utilizzate come mezzi di limitazione e organizzazione dei processi estetici. Credo che fosse un modo di tentare di affrontare il declino di regole e generi artistici e il vasto mondo di possibilità contingenti che si aprivano al posto dell’avanguardia storica. Mi riferisco a cose come operazioni casuali o a qualsiasi altra procedura in cui un sistema di condotta viene impostato e, attenendosi ad esso, genera un senso di necessità. Non voglio screditare l’arte che è stata o è ancora generata in questo modo. Immagino che se funziona per te, va bene. Il mio punto è più rivolto al fenomeno in generale. Ritrovarsi in un mondo caotico e soverchiante è quasi una posizione comoda. Potrebbe aiutarti a gestire individualmente e temporaneamente alcuni lavori, e quelle opere potrebbero anche rivelarsi oggetti veri e propri, per cui potresti essere in grado di venderli e farci un po’ di soldi. Ma condannando te stesso a eseguire quello che una volta ti eri detto di fare, alla fine diventi il servo di te stesso, e non affronti il problema reale, che si estende oltre la problematica individuale.

 

Un artista contemporaneo e un designer che ritieni significativi e perché?

Ci sono diversi artisti da cui mi sento ispirata. Uno di loro è Paul Thek. C’è una certa sensibilità nel suo lavoro, e le forme che ha preso nel tempo continuano a parlarmi. Sono particolarmente interessata ai suoi lavori di performance, che ha realizzato insieme ad una cooperativa di artisti al Documenta 5 a Kassel o al Moderna Museet di Stoccolma nel 1971/72. Sento che queste installazioni performative hanno stranamente più a che fare con ciò che accade al giorno d’oggi che all’epoca. L’anno scorso ho letto la Trilogia della Terra Spezzata di N.K. Jemisin  e mi ha davvero sconvolta. È un’opera brillante di fantascienza geologica con protagoniste femminili complesse e forti, scritti da un luogo con tanto amore e dolore, allineato da qualche parte tra Toni Morrison e Octavia Butler. Ci sono pochi libri che mi hanno toccata così recentemente.

 

Cosa pensi delle collaborazioni? C’è qualcuno con cui ti piacerebbe collaborare?

Ho fatto parte di parecchi progetti collaborativi in passato. Ho lavorato insieme ad alcuni amici intimi sotto il nome di New Forms of Life tra il 2012 e il 2016. Noi tutti provenivano da diversi background e ci siamo trovati insieme a fare performance fantascientifiche immersive. Oltre a quello, negli ultimi sei anni ho lavorato per l’artista visiva Anne Imhof, e anche se è in gran parte lavoro suo, l’opera è generata da un grande studio con fino a 20 persone che ci lavorano. È una situazione tipo fabbrica, in cui ognuno di noi ha le sue responsabilità e contribuisce ad un diverso aspetto del lavoro, la cui natura è piuttosto multidisciplinare. Mi piace collaborare. Non c’è niente di meglio che scambiare idee e trovare persone che ti capiscono e alimentano le tue idee portandole in un luogo che da sola non avresti mai immaginato. Ma penso anche che per me sia ora di lavorare per conto mio. Scrivere il mio dottorato mi ha insegnato che in realtà mi piace molto lavorare per conto mio e questa è la cosa che ho bisogno di fare maggiormente ora. Così sto cercando di fare più cose da sola, per essere in grado di ascoltare più distintamente ciò che voglio.

 

Un progetto a lungo e a breve termine che vuoi realizzare.

Ho iniziato lentamente a lavorare a un progetto su Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus. Si tratta di un’opera teatrale epica, che è stata la risposta, in ritardo, di Kraus alla disastrosa esperienza di vivere la Prima guerra mondiale. Ma, in modo diverso da altri, lui ha scritto una satira sulla guerra, che oltretutto è ambientata su Marte, un teatro su Marte, il che vuol dire che in un certo senso è anche un’opera di fantascienza ante litteram. Composto interamente di spezzoni, come ritagli di giornale e pubblicità, Kraus lo ha composto come una rappresentazione teatrale di dieci giorni in cui i marziani mettono in scena la caduta dell’umanità, vale a dire la Prima guerra mondiale, così da poterci ridere sopra. Credo che sia una risposta unica al tema della fine del mondo, e singolare nel senso che ci sono un sacco di opere romantiche e malinconiche prodotte a quel tempo, in cui siamo in qualche modo ipnotizzati dalla bellezza abietta della rovina o del frammento. Gli ultimi giorni dell’umanità non è mai stato portato in scena per intero, mi sento molto incuriosita da esso e vorrei trarne una performance di dieci giorni. Si tratta di un‘impresa enorme, è sicuramente il mio più importante progetto a lungo termine. Per quanto riguarda il progetto a breve termine, sto lavorando da alcuni mesi su un ciclo di canzoni. L’estate scorsa sono andata su invito del Ministero austriaco per la cultura in Sardegna per una residenza, in cui ho finito per scrivere principalmente canzoni. Sto lentamente costruendo le tracce da queste canzoni e vorrei finire il progetto prima dell’estate. È molto eccitante!

 

Potresti raccontarmi dell’esperienza di residenza in Sardegna e del lavoro che ha generato?

Ho passato tutto il mese di settembre dell’anno scorso in Sardegna, lavorando a comporre e registrare le canzoni che ho creato mentre ero sotto l’influenza della bella e misteriosa isola. Avevo cantato nelle ultime due esibizioni di Anne Imhof (Angst, 2016 e Faust, 2017) e avevo anche scritto e coprodotto le tracce. Abbiamo trascorso l’estate del 2018 lavorando sulla produzione e la registrazione dei brani al fine di pubblicarli come album. Così quando sono arrivata in Sardegna, ero ancora immersa nella musica e così ho continuato quel processo immersa in una nuova serie di influenze. Ho lasciato un’installazione sonora collegata alla residenza del Ministero austriaco nella galleria ad Alghero.

 

Franziska Aigner è dottoranda in filosofia moderna europea al CRMEP, Kingston University. Oltre al suo lavoro accademico, lavora come artista e performer nell’ambito delle arti visive e dello spettacolo, ed è inoltre performer per Anne Imhof, Mette Ingvartsen, Alexandra Bachzetsis et al.

 

– Intervista di Federica Tattoli

 

Instagram Franziska Aigner

 

FAUST | Franziska Aigner in Anne Imhof, Faust, 2017 | German Pavilion, 57th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia | Ph: Nadine Fraczkowski

NEW FORMS OF LIFE | Billy Bultheel, Franziska Aigner, Samuel Forsythe, Daniel Jenatsch, Enad Marouf in New Forms of Life, ‘Signs of Life’ 2012, 2016, Künstlerhaus Mousonturm, Frankfurt a.M., brut Wien